Autostima. E’ la parola più gettonata in casa Milan dopo il beffardo risultato maturato a San Siro contro il Barcellona. Una sconfitta che vale più del pareggio settembrino al Camp Nou, perché arrivata in maniera diametralmente opposta a quel 2-2, criticato quasi come una goleada subita. Allegri ha dimostrato coraggio, ha sfidato i marziani sul loro terreno, sul piano del possesso palla, della manovra, della qualità. E ha avuto dal suo Milan una grande, grandissima risposta. Con una formazione del tutto inedita ha tenuto testa alla squadra più forte del mondo, probabilmente la migliore di sempre, l’ha messa alle strette, l’ha costretta agli straordinari. E’ servito un Barcellona deluxe per avere la meglio di questo Milan che ha mandato un chiaro messaggio all’Europa: quest’anno la Champions ha di nuovo una delle sue storiche protagoniste. Sono lontani i tempi dell’eliminazione contro il Tottenham, dell’Ibra-fantasma in Europa, della disperata ricerca di una quadratura: il Milan ha un’identità ben precisa – si è snaturato soltanto al Camp Nou (paradossalmente uscendo con un punto in tasca) – ed è attraverso questa che può cercare la scalata al monte più ripido del calcio continentale.
Con tutti i suoi effettivi a disposizione – per intenderci, non in condizioni di manifesta emergenza come accaduto contro gli Spurs – il Diavolo è in grado di giocarsela con chiunque, di credere all’impresa, di guardare negli occhi, senza tremare, anche giganti che da anni stritolano gli avversari con la forza del loro inimitabile tiki-taka. Questo Milan è cresciuto grazie alle idee di un tecnico preparato come Massimiliano Allegri, allo spessore di campioni nel pieno della loro parabola ascendente come Thiago Silva, Boateng e Pato, ma soprattutto grazie alla carica di uno Zlatan Ibrahimovic finalmente autoritario anche in Champions. Quattro goal in quattro match in quest’edizione, la firma d’autore anche nella gara più sentita, dove tutti lo aspettavano al varco: Ibra ha risposto presente, ha colpito all’unica vera palla-goal avuta tra i piedi, cancellando d’un tratto le insicurezze europee di questi anni. Non è bastato per piegare un’armata che da anni fa razzia di trofei, “un prodotto finito” come lo stesso Zlatan ha definito il Barcellona, ma è questione di dettagli, di centimetri, di fortuna, di fischi arbitrali più o meno corretti.
I due colossi iberici, Barcellona e Real Madrid, siedono al tavolo del parlamento europeo del calcio con l’autorità dei leader riconosciuti, ma dietro alle corazzate di Guardiola e Mourinho c’è un vuoto di potere nel quale il Milan può insediarsi: perché Bayern Monaco e Manchester City hanno evidenziato appariscenti limiti difensivi (e una mancanza di “collettivo” nel caso delle inglesi), perché Manchester United e Chelsea stentano a ritrovare la retta via, perché la cifra tecnica dell’Arsenal è notevolmente calata dopo gli addii di pilastri come Fabregas e Nasri. Il Milan può essere l’antagonista al duo spagnolo per la conquista della Champions, una rivale ancor più autoritaria se a gennaio arriveranno quei due o tre tasselli che mancano alla squadra di Allegri per esser completa in tutti i reparti. Il sorteggio poi, dopo aver visto il Diavolo fare a braccio di ferro con il Barcellona, non può far paura neanche da seconda del girone: la sfortuna si chiama Real Madrid (o Bayern), il sollievo Apoel, di mezzo una serie di avversari ampiamente alla portata del club di via Turati, che ha acquisito con il doppio confronto con Messi e compagni fiducia nei propri mezzi, nelle proprie potenzialità, nella propria identità. In una parola, autostima.
Passo indietro doveroso. Parliamo di Napoli, dove non si celebra un traguardo, perché quello andrà meritato fino in fondo tra due settimane in casa del Villarreal. Qui si celebra l’essenza del calcio nella sua meravigliosa imprevedibilità, semplice, forse banale, al punto quasi da perderla di vista. Si celebra l’ennesimo capolavoro a tinte azzurre firmato Napoli, contro un’armata – quella del Manchester City – ridotta alle dimensioni di una Micro Machines con la sola forza delle idee. Le idee che vincono sul denaro: in chiave simbolica – e un po’ trionfalisticamente, concedetecelo – si può sintetizzare così la notte di Fuorigrotta. Un messaggio al nostro movimento e a quello europeo, significativo in tempi di crisi e fair play finanziario. Il calcio non s’inventa da un giorno all’altro gonfiando un club a suon di petroldollari e campioni, ma sul campo, giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, scivolone dopo scivolone.
Un famoso spot (di un marchio che sponsorizza la Champions League, tra l’altro) recita: “Ci sono cose che non si possono comprare“. Per tutto il resto c’è lo sceicco di turno, nel caso del Manchester City. E con lui gli Aguero, i Nasri, i Dzeko, i Balotelli, tutti quelli che son già passati e quelli che ancora arriveranno. Come se l’equazione “spendo&spando = vinco” funzionasse da sempre, nel calcio. No, sarebbe troppo semplice così. E senza gusto. Il miracolo partenopeo è nell’aver dimostrato a Mansour e soci che ci sono cose che non hanno prezzo, che non si possono comprare, che sfuggono al potere incontrollato dei petroldollari.
Non ha prezzo l’orgoglio di ritrovarsi ad un passo dagli ottavi di finale di Champions League, artefici del proprio destino, a sette anni di distanza dalla parentesi in Serie C, tappe di uno stesso percorso animato da ingegno, entusiasmo e razionalità. Non ha prezzo la capacità di tirare fuori il massimo dai propri uomini, ammettendo umilmente alla vigilia di dover “rendere al 130% per fare la partita perfetta e portare a casa un risultato positivo” e poi vederlo furiosamente riversato in campo, quel 130%.
Non ha prezzo la gratificazione dell’intuizione, quella che ti pervade quando vedi Hamsik, Lavezzi e Cavani mettere a ferro e fuoco la difesa del City, riflettendo sul fatto di averli pagati – in blocco – quanto i Citizens hanno pagato Yaya Tourè. Non ha prezzo riscoprirsi d’improvviso squadra dal DNA europeo, in grado di esaltarsi al massimo sotto i riflettori dell’intero continente e incapace di farlo allo stesso modo in campionato per una mera questione di brividi e adrenalina. Non ha prezzo ammirare la magia della Champions League in un contesto come Napoli, prima città d’Europa a cantare l’inno della competizione come se fosse un classico di Carosone. Nessun altro teatro è capace di certi spettacoli. Non ha prezzo il 12° uomo in campo, devastante, inarrestabile, assolutamente determinante. No, Mansour, stavolta è inutile chiederne il nome e mettere mano al portafoglio. I 60mila del San Paolo non si possono comprare. Come l’ebbrezza di certe notti, lì in Europa.
Andrea Cardinale
Contribuisci a questa notizia: contatta la redazione per inviare materiale o segnalare errori.







