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La libertà di stampa in Italia

29/5/2012   Dott. Valerio Antonio Orlando   Commenti  
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In Italia la libertà di stampa è tutelata costituzionalmente. Il suo fondamento, infatti, è rappresentato dall’art. 21 della Costituzione italiana, in cui si sancisce il diritto di manifestazione del pensiero. Quest’ultimo non è inteso solo come libera manifestazione individuale (“Tutti sono liberi di manifestare liberamente il proprio pensiero”) ma anche come libertà di diffusione con ogni mezzo (“ pensiero,parola ed ogni altro mezzo di diffusione”). Il fatto che il legislatore, pur volendo tutelare tutte le forme di comunicazione, si sia preoccupato di disciplinare soprattutto la libertà di stampa,è segno dell’importanza eccezionale che è sempre stata attribuita al mezzo stampa, come principale strumento di espressione del pensiero. Oggi come allora, quando, ancora di più, la stampa era considerata il “quarto potere”. Il celebre lungometraggio di Orson Welles intitolato “Quarto Potere”, appunto, realizzato quando aveva solo 25 anni, è la celebrazione della stampa, attraverso il riferimento alla figura di un grande magnate dell’editoria di tutti i tempi, William Randolph Hearst, nel film incarnato dal personaggio Charles Keane. Esponente di spicco del giornalismo nel ‘900, Hearst diede vita al primo grande impero mediatico e più volte contribuì a plasmare l’opinione pubblica, come nel caso della guerra ispano –americana sulla questione cubana del 1898. Questo è solo un esempio di quanto la stampa sia uno strumento incisivo e di quanto,di conseguenza, sia importante tutelarne la sua libertà e indipendenza. Non a caso nell’articolo 21 la libertà di stampa si realizza soprattutto ex negativo : il legislatore ha voluto cioè sottrarre questo diritto di libertà ad ogni forma di coercizione; essa non può essere sottoposta al controllo preventivo, né può diventare oggetto di sequestro, salvo casi eccezionali espressi in via normativa. Di fatti, ci sono dei limiti : il problema è che essi sono spesso molti di più rispetto a quelli fissati sulla carta ed inoltre esiste una generale confusione di principi definiti attraverso la legge che non permette sempre di ricondurre un fatto ad un reato. Ad esempio, il limite del regolare funzionamento della giustizia che vieta la pubblicazione di alcuni documenti; i principi in contrasto sono due : bisogna tutelare il diritto di cronaca, al fine di garantire la corretta informazione dei cittadini e, al tempo stesso, proteggere il normale svolgimento dell’attività giurisdizionale, che potrebbe essere compromesso, tanto per dare l’idea, a causa di una fuga di notizie. Oppure il limite imposto dalla sicurezza dello Stato: cosa esattamente va fatto rientrare nella nozione di “sicurezza nazionale”?Forse i segreti di Stato? E quali, considerato che viviamo in una società in cui le notizie volano a velocità supersoniche con l’era del web e dei social network?. L’effettivo esercizio del diritto di libertà di stampa e di diffusione del pensiero con ogni altro mezzo è perciò spesso messo a rischio e molte volte a rischiare sono stati i giornalisti anche italiani le cui sorti si sono concluse tragicamente. I casi come quello di Ilaria Alpi che, per fortuna, oggi tutti conosciamo ( anche se non sono ancora stati chiariti molti dubbi sulla vicenda e le indagini sono attualmente in corso), ci insegnano che difendere la nostra libertà di informare, di conoscere, in ultimo, di avere consapevolezza di tutto ciò che accade, è in pericolo.
La tutela della libertà di stampa si afferma con la nascita dello Stato liberale ( nel contesto italiano con la realizzazione del Regno di Italia, nel 1861), quando molti diritti di libertà ottengono un riconoscimento (quali, ad esempio, la libertà e la segretezza della corrispondenza, garantita con l’art. 15 della Costituzione). Essa è un parametro attraverso cui siamo soliti registrare i tassi di democraticità di un Paese, tanto è vero che se ne comincia a parlare nel Parlamento, a cui è affidato il potere legislativo, vale a dire la capacità di organizzare e di controllare le questioni interne di una nazione. L’Italia si colloca quest’anno al sessantunesimo posto nella classifica mondiale stilata da Reporter senza frontiere, un’organizzazione internazionale, fondata in Francia nel 1985 e che difende la libertà di stampa. Questo declassamento è il simbolo di un’arretratezza dei valori civili, sociali e culturali che ancora ci caratterizza. Il barometro dei giornalisti uccisi e imprigionati che fornisce l’organizzazione di origini francesi, ci permette ancora una volta di capire quanto sia difficile, talvolta impossibile, informare. Esistono lati oscuri in alcune vicende in cui non è dato addentrarsi per far luce. Non solo i teatri di guerra, anche la politica da sempre ha i suoi scheletri nell’armadio : tangenti, collaborazione tra politici e mafia, la protezione di cui godono i sistemi della camorra da parte dei partiti e dello Stato, su cui hanno cercato di indagare giornalisti come Giancarlo Siani, sono solo un esempio. Pensiamo anche a Roberto Saviano, che da sei anni è costretto a vivere sotto scorta, perché ha voluto fare chiarezza sulla realtà ripugnante della camorra in Campania, che arruola giovani soldati e che si infiltra in ogni angolo della vita politica e sociale. George Orwell, giornalista britannico del ‘900, ha detto : “la vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire”. In questo contesto, anche lo scandalo delle notti brave di Arcore, il c.d “Ruby-gate”, acquisisce una rilevanza fondamentale in un Paese in cui neppure la legge è uguale per tutti. Il nostro ex premier, Silvio Berlusconi, è infatti stato coinvolto in migliaia di processi da cui è uscito sempre pulito ( non sempre per assoluzione),a volte anche grazie a leggi ad personam che lui e gli uomini del suo entourage hanno votato in quel luogo, il Parlamento, in cui si dovrebbero tutelare e celebrare i diritti ed insieme i doveri di un cittadino. E anche il procedimento giudiziario a suo carico per l’accusa di favoreggiamento di prostituzione minorile si tema si concluda a suo favore. La riflessione che ne consegue mi sembra abbastanza evidente : come è possibile, in un contesto nazionale in cui si salvaguardano gli interessi personali , proteggere da ogni abuso la libertà di informare anche su carta? Nel 2010, sempre Berlusconi è stato indagato per “abuso d’ufficio”( in realtà si tratterebbe anche di reati di concussione e minacce) per aver fatto pressione sul presidente dell’AGCOM, la nostra Autority garante per le comunicazioni, per far bloccare “Annozero”, programma televisivo a sfondo prevalentemente politico condotto da Michele Santoro, di fatti chiuso nel 2011. Anche di questa inchiesta, la Procura di Roma, ha chiesto l’archiviazione. Sicuramente non si tratta di una coincidenza il fatto che si collochino ai primi posti per la libertà di stampa nazioni come il Belgio, caratterizzate già da una grande apertura culturale (persino Victor Hugo trovò rifugio in quelle terre dopo il suo esilio, perché denunciava con toni accesi le ineguaglianze e i crimini come la pena di morte ). L’ Italia, invece, si è sempre attestata su linee più restrittive. Il primo documento ufficiale in cui fa capolino la libertà di stampa è lo Statuto albertino del 1848 (divenuto, poi, Carta costituzionale del Regno d’Italia al momento dell’unificazione nazionale), che all’articolo 28 recita in questa maniera : “La stampa è libera, ma una legge ne reprime gli abusi”. Essa rappresentò una novità, ma in assenza di un sistema di controllo di legittimità delle leggi, finì per piegarsi ai vari interessi delle maggioranze politiche che si alternavano in Parlamento. Un’ulteriore battuta d’arresto nell’evoluzione della libertà di stampa e della sua tutela si ebbe con l’inizio della prima guerra mondiale e con l’avvento del fascismo, in cui si delineò una forte disciplina preventiva. A quel tempo, come anche adesso (basti pensare al finanziamento pubblico dei giornali, alcuni “veri cani da guardia dei partiti” secondo Beppe Grillo), fu subito chiaro lo stretto nesso tra politica e stampa, che divenne presto strumento per la difesa e il rafforzamento del potere. Per cui, la libertà di stampa fu sottoposta a una serie di controlli diretti e indiretti. Proprio in quel periodo si decise l’istituzione dell’Ordine e dell’Albo dei giornalisti, esistente ancora oggi, con il regio decreto 384 del 1928 : presentati come risposta a un’autentica aspirazione della classe giornalistica, la quale avrebbe così visto accrescere il proprio prestigio professionale, la loro istituzione costituì, di fatto, un meccanismo di filtraggio e di selezione politica. Questo sistema ha mantenuto le sue peculiarità fino ai giorni nostri, quando ancora i giornalisti sono tenuti a rispettare le disposizioni contenute in due leggi relativamente vecchie, una del 1948 (l. 47/1948, disposizioni sulla stampa) ed una del 1963 (l. 69/ 1963, che disciplina la tenuta dell’Ordine e dell’Albo dei giornalisti). Un apparato, in cui i giornalisti sono ancora molto poco tutelati. Si pensi alla disciplina del segreto professionale, fissata dal codice penale e relativa al principio di eguaglianza davanti alla legge, in base alla quale praticamente tutti i professionisti , ministri, avvocati, procuratori, medici, notai, pubblici ufficiali, pubblici impiegati ma non i giornalisti possono appellarsi al diritto di astenersi dal testimoniare. Più precisamente, i giornalisti in Italia, in riferimento ai nomi delle persone dalle quali hanno ricevuto notizie di carattere fiduciario, sono obbligati a riferire dell’identità delle loro fonti, nel caso in cui queste notizie siano indispensabili ai fini della prova del reato. Un diritto negato e una limitazione rilevante alla volontà di informare e di raccontare anche quei fatti di cui è difficile e rischioso parlare. Quando si difenderà davvero il diritto di cronaca, quando si smetterà di porre limiti all’osservazione attenta di certe personalità politiche da parte dei giornalisti, e quando finalmente cambierà tutta la mentalità su cui poggia la nostra vita sociale allora si potrà davvero parlare di libertà di informazione e di stampa. Voglio far notare che esiste già una legge, la famigerata 675 del 1996 che incontriamo pressoché su tutti i documenti burocratici e ogni qual volta vogliamo sottoscrivere un’iscrizione a qualche sito, che tutela il trattamento dei dati personali. Questa normativa prevede che non si possano incontrare da parte di chi vuole indagare (è il caso dei giornalisti) limitazioni per le persone note o che esercitano pubbliche funzioni ( è il caso dei politici) nella tutela della loro sfera privata, quando questa ha rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica. Perciò, è inutile protestare o accendere sterili polemiche sull’invadenza dei giornalisti nella sfera personale ( che non è più tanto tale quando si usano aerei pubblici a spese dello Stato per fare i propri comodi) di tante personalità italiane che ci rappresentano sul territorio nazionale e all’estero. Infine, credo debbano cambiare le capacità di scrutamento della realtà che ci circonda dei singoli soggetti e vada promossa una maggiore apertura dei nostri schemi mentali attraverso cui filtriamo ciò che vediamo e che rappresentano, a mio parere, il primo grande limite per l’affermazione di una stampa libera che è sempre orientata ai gusti e ai modi di vedere le cose dei lettori.

 

Alessandra D’Agostino

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Autore

Dott. Valerio A. Orlando

Diplomato al Liceo Classico P. Giannone in Caserta, Laureato in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli, iscritto al registro dei praticanti patrocinatori dell'Ordine Forense di Santa Maria Capua Vetere, Consulente A.L.A.C. sede di Caserta nonchè Segretario Regionale Campania A.L.A.C. cura la rubrica "Riunioni di Condominio" con la speranza e la passione di informare adeguatamente sia i condomini che gli amministratori di condominio

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