Tre studi legali Usa hanno depositato delle class action contro Facebook per conto di alcuni investitori, che accusano la compagnia e i sottoscrittori del suo collocamento in borsa di aver nascosto loro informazioni rilevanti.
L’Ipo da 16 miliardi di dollari del popolare social network si e’ infatti rivelata un flop, con una prima seduta chiusa faticosamente in pareggio e perdite pari all’11% solo nel secondo giorno di contrattazioni.
Nei primi tre giorni di contrattazioni il titolo ha registrato una perdita complessiva del 18%, suscitando numerose perplessita’ sulle dinamiche del secondo collocamento della storia di Wall Street. A innescare le azioni legali, depositate presso la Corte Federale di Manhattan, e’ il sospetto che i grandi investitori istituzionali avessero ricevuto analisi privilegiate riguardo al ridimensionamento degli obiettivi di bilancio di Facebook, spingendoli a vendere, lasciando il cerino in mano ai piccoli investitori.
Nel mirino e’ soprattutto Morgan Stanley che, secondo fonti finanziarie, avrebbe avuto il controllo esclusivo delle operazioni tenendo fuori gli altri 22 soggetti che avevano sottoscritto l’Ipo, non diffondendo le necessarie informazioni.
Secondo il ‘New York Times’, i dirigenti di Facebook alla vigilia del collocamento avevano comunicato in una conference call con gli analisti che gli introiti della pubblicita’ legata alla telefonia cellulare avrebbero deluso le aspettative, costringendo la compagnia a rivedere al ribasso del 5% le stime sul fatturato del secondo trimestre.
Gli analisti di Morgan Stanley e di altre societa’ avrebbero quindi riferito immediatamente ai clienti di abbassare le aspettative sul debutto in borsa della creatura di Zuckerberg. Molti grandi investitori avrebbero di conseguenza ridotto gli ordini mentre la domanda da parte dei piccoli, preda dell’entusiasmo, continuava a salire. A salire abbastanza da compensare la parziale marcia indietro degli investitori istituzionali e spingere quindi Facebook e Morgan Stanley a ritenere che un prezzo d’offerta di 38 dollari ad azione rimanesse giustificabile.
Un convincimento che si e’ rivelato azzardato gia’ dalla prima giornata di contrattazioni, gia’ funestata da imbarazzanti problemi tecnici che hanno costretto il Nasdaq a scusarsi (fonti finanziarie parlano di un numero piuttosto ingente di operazioni di trading commissionate ma mai effettuate), dove, secondo quanto riferiscono i trader, il titolo riusci’ a chiudere in pareggio solo grazie ai colossali ordini di acquisto giunti da Morgan Stanley, che tentava disperatamente di mantenere il prezzo in pareggio, arrivando, a quanto si apprende, a spendere due miliardi di dollari solo negli ultimi venti minuti di contrattazioni.
LE ACCUSE – Il giorno dopo sono partite subito le accuse dalle altre grandi banche, che hanno incolpato la rivale di aver venduto troppe azioni al pubblico e di aver fissato un prezzo eccessivo. Nel frattempo, prima ancora dei piccoli investitori, si erano gia’ mosse le autorita’. Lo Stato del Massachusetts ha citato in giudizio la banca, la Financial Industry Regulatory Authority, l’autorita’ interna di Wall Street, ha aperto delle indagini e la Security and Exchange Commission, la Consob a stelle e strisce, ha annunciato, per bocca del presidente Mary L. Schapiro, che esaminera’ presto il dossier, senza fornire ulteriori dettagli.
Fonte: Agi
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