Ieri è stata una giornata di paura per il Sud Italia, dopo le voci di un risveglio del vulcano Marsili. Il Corriere del Mezzogiorno ha intervistato il professore Marcello Martini, che dirige l’osservatorio vesuviano, per chiedergli una valutazione sul terremoto che ha colpito il basso Cilento e Maratea.
Sgombriamo il campo dall’ipotesi peggiore. La scossa è legata al Marsili?
«No. La zona del golfo di Policastro ha una sismicità sua, che prescinde dalla presenza del vulcano sommerso. Quella di ieri non è una scossa che precorre una eruzione».
Perché ne è così certo?
«Le eruzioni di un vulcano non si annunciano solo con l’attività sismica Esiste un complesso di precursori. Sul Vesuvio registriamo 800 terremoti all’anno. Se bastassero ad annunciare un fenomeno eruttivo, dovremmo far scattare i piani di evacuazione due volte al giorno».
Il Marsili è monitorato?
«Sono state svolte campagne di misurazione dati, attraverso sensori zavorrati che, dopo un certo periodo, tornano in superficie e sono recuperati. Le apparecchiature hanno consentito di registrare per un tot periodo l’attività sismica. Non c’è, invece, un controllo continuo, come per esempio sul Vesuvio o nei Campi Flegrei oppure ad Ischia».
Perché?
«La spianata sommitale del Marsali è a 790 metri di profondità. Organizzare una rete costante di rilevazione dati ha costi notevolissimi, Ci si arriverà, forse, ma per ora è certamente meglio concentrare le risorse sul monitoraggio del Vesuvio e dei Campi Flegrei. Situazioni ben più rischiose,considerando che sono aree vulcaniche densamente abitate».
Il professore Boschi parlò di rischio maremoto. Non è abbastanza preoccupante?
«Alla luce delle conoscenze che abbiamo, l’ipotesi che una grande frana del Marsili inneschi un maremoto non è da escludere, ma non è neppure così probabile. Sono molto più frequenti i maremoti innescati da terremoti sottomarini».
In Italia manca ancora una rete di boe-sensori che percepiscano l’onda anomala, ne seguano l’evoluzione consentano di lanciare l’allarme. In altri paesi c’è. Perché non realizzarla?
«La prevenzione rispetto ai danni da eventuali maremoti nasce innanzitutto dalla rete sismica che registra le scosse sotto il livello del mare e le loro caratteristiche. Sulla base di questi dati, oggi siamo in grado di capire se un terremoto sottomarino abbia le caratteristiche potenziali per innescare un maremoto. Certo, le boe aiuterebbero a verificare se poi davvero l’onda si è formata ed a monitorarne l’evoluzione. Ci arriveremo, perché c’è un progetto. Anche in questo caso, naturalmente, il problema maggiore sono le risorse».
Il terremoto cilentano ha qualcosa a che vedere con le scosse in Emilia?
«I movimenti di una faglia influenzano quelle limitrofe ed in questo senso i terremoti nel Modenese e nel Ferrarese, pur distinti, sono forse in relazione. Nel caso del sisma con ipocentro nel golfo di Policastro direi che non c’è alcuna relazione. Il territorio italiano è disomogeneo e le faglie sono molto diverse le une dalle altre».
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