La pretesa macroeconomica del federalismo fiscale auspicato, non quello realizzato allo stato attuale, ancora pregno di incertezze sulle modalità applicative del fondo di riequilibrio, è quella di indurre un risparmio annuo di circa 15 miliardi di euro, potenzialmente impiegabili nell’accrescimento di ulteriori risorse economiche e, quindi, del reddito nazionale. Una parte cospicua di suddetta somma è riferibile certamente all’applicazione del federalismo municipale, anche se è difficile quantificarne puntualmente l’apporto. Come sostenuto dal professor Ricolfi in un noto articolo apparso sul quotidiano “La Stampa” il 22 agosto di qualche anno fa, il federalismo porterebbe, “ceteris paribus”, il conseguimento di almeno tre vantaggi. Il primo è rappresentato dall’incremento dell’efficienza amministrativa indotto dalla responsabilizzazione degli amministratori; il secondo è rappresentato dalla lotta all’evasione fiscale che consentirebbe di recuperare una grande mole di risorse economiche celate e successivamente impiegabili in un circuito virtuoso (o in ulteriori sprechi); il terzo sarebbe invece incentrato sulle opportunità perequative offerte dalle capacità di risparmio statale, soprattutto in termini di costi standard. I succitati auspici si dovrebbero inoltre concretizzare assicurando uno zoccolo minimo di risorse per il sostenimento degli enti locali ed una drastica revisione della pianta organica degli stessi, capace di abbassare costi di gestione e di amministrazione. Un panorama federalista auspicato come quello descritto proporrebbe un modello di equilibrio macroeconomico caratterizzato dallo sviluppo della domanda aggregata, del reddito e dall’avvicinamento ad obiettivi di piena occupazione, grazie anche a meccanismi espansivi virtuosi innescati dal ben noto moltiplicatore keynesiano (innalzato dagli incrementi dei consumi). Tale interpretazione rimane però una semplice ipotesi di scuola, forse un’ utopia perché non tiene conto delle forzature e delle difficoltà applicative che in Italia il federalismo stesso presenta ancora in abbondanza e soprattutto perché non tiene in considerazione le contropartite indotte dai ricarichi fiscali che l’autonomia tributaria degli enti locali comporterebbe inevitabilmente attraverso rincari e varie forme di versamento come addizionali, accise, tariffe ecc. Questi oneri, in alcuni comuni come quello di Caserta rappresentano una vera e propria mannaia, appesantita ulteriormente dagli ulteriori esborsi che cittadini e contribuenti sono obbligati a corrispondere per sopperire alla mancanza di servizi di base, al clientelismo, alla dimensione patologica della burocrazia e all’inettitudine amministrativa. A fronte della affermazione stringente e vincolante dei precetti federalisti, il sindaco di Caserta Pio Del Gaudio ha subito fatto un passo indietro. Ovvero, invece di gestire i pesanti ammanchi finanziari ai quali egli stesso non può considerarsi estraneo essendo stato per oltre un decennio consigliere prima e assessore poi, piuttosto di appurare giuridicamente l’inesigibilità dei crediti pregressi e la natura dei debiti, ha dichiarato a cuor leggero un dissesto finanziario colmo di ambiguità, tornaconti e motivazioni politiche, senza neppure considerare l’ipotesi di un bilancio stabilmente riequilibrato che avrebbe certamente imposto la revisione della pianta organica e la riduzione dei dipendenti comunali, eccessivi rispetto a quanto richiesto dal TUEL (1 per ogni 93 abitanti). Non solo, Del Gaudio ha promosso l’assunzione di nuovi impiegati e di un nuovo dirigente, contrariamente a quanto disposto dal TUEL che impedisce invece ingaggi di qualunque forma in tempo di dissesto. A questo va aggiunto che lo stesso Del Gaudio ha prodotto inutili esborsi e, quindi, massicci sprechi promuovendo anche sui media nazionali, eventi culturali e artistici nella città di Caserta che poi ha annullato e revocato con grotteschi ripensamenti producendo così aggravi e oneri gravanti sui cittadini e sulle finanze comunali. Al danno, Del Gaudio incalza con la beffa di fingere di telefonare pubblicamente ai cittadini per informarsi sui reali problemi che affliggono Caserta (Gazzetta di Caserta del 3luglio 2012), in attesa di suggerimenti e proposte farsesche: un evidente segnale di ipocrisia ed estrema lontananza dalla realtà degradata e degradante di una città piegata dall’indifferenza amministrativa. Allora nasce spontaneo chiedersi quale sia la ratio della razionalizzazione delle spese contenuta nell’ottica federalista se esistono realtà amministrative a dir poco scadenti come quella casertana votate alla continua ricerca di escamotage e artifizi finalizzati al consolidamento della parcellizzazione delle proprie rendite di posizione senza tenere alcun conto dei vincoli giuridici e morali che incombono sulla funzione amministrativa. Nell’incapacità di concepire meccanismi correttivi e compensativi statali sufficienti, il federalismo municipale, in talune realtà istituzionali meridionali, rischia solo di acuire e aggravare contraddizioni pregresse sedimentate.
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