Non c’è proprio limite a sprechi e salassi nella pubblica amministrazione e nella sanità voluti e predisposti ad arte ai danni dei cittadini dagli assetti istituzionali di questa specie di democrazia, che altro non è che una dittatura liberale, come la definiva egregiamente Jean Jaques Rousseau, forgiata com’è sul cinico paradigma plutocratico e sdoganata da gente come il presidente Napolitano, che la chiama “coesione” (di tornaconti, forse), il premier Monti e tutti gli sciancati rimasugli amministrativi locali che dobbiamo ingoiare come medicine amare e scadute da tempo. Il preambolo prelude, in verità, alle riflessioni legittime sulle ragioni di tanti oneri e rincari di cui la sanità italiana è costellata come un sereno cielo estivo lo è di stelle rutilanti, gravanti sui contribuenti e afferenti una spesa sanitaria più che raddoppiata in poco meno di 5 anni a fronte di una caduta qualitativa verticale delle prestazioni erogate. Ci piace citare un esempio che è solo la punta dell’iceberg, uno dei tanti, perché pertinente al territorio campano, quello in cui viviamo: l’ASL Napoli 2 Nord. Sull’isola di Procida, in provincia di Napoli, esiste un ospedale pertinente all’Asl Napoli 2 Nord fortemente voluto “illo tempore” dal signor Bassolino, per così dire manchevole di strutture adeguate alla cura e al soccorso degli ammalati sin dal momento in cui fu realizzato, che impone innumerevoli spunti di riflessioni sulle emorragie di finanza pubblica che un’esperienza similare drammaticamente comporta. Ebbene, ogni giorno dell’anno, 24 ore su 24, 5 specialisti scelti a turno tra i nosocomi della medesima Asl devono occuparsi di emergenze e patologie in ordine alle esigenze isolane che sono obbligati comunque a gestire al di fuori dello stesso ospedale di Procida, essendo quest’ultimo, come si accennava, in ogni caso sprovvisto di attrezzature, apparecchiature e strutture idonee alle cure sanitarie, alla diagnostica e al soccorso. Alcuni di questi medici specialisti di turnazione provengono dalle province di Napoli e Caserta e da campani ci sentiamo di esprimere il nostro libero pensiero, senza meritare peraltro l’appellativo di “Solone” che qualche procidano tracotante e superficiale ci ha impropriamente attribuito per il solo fatto che abbiamo divulgato delle informazioni che interessano tutti i contribuenti in quanto tali. A parere di chi scrive, i costi di gestione di tale presidio, se non si configurano come uno spiacevole sperpero di risorse, preconizzano senz’altro un salasso siderale, perplessità e profonde contraddizioni sulle quali è doveroso riflettere e soffermarsi con il dovuto rispetto per l’isola di Procida. Che si tratti di una stangata esorbitante che oltrepassa di gran lunga il costo sanitario medio nazionale per cittadino lo sostengono molti campani e diversi procidani ed è bene che il sindaco stesso, gentilmente intervenuto nella discussione ne prenda democraticamente atto. Basti pensare a tutte le comunità montane che debbono accontentarsi di presidi ospedalieri più lontani e che sfruttano al meglio i soli SAUT; non vogliamo neppure immaginare che vi sia qualche screanzato che le reputi politicamente meno importanti perchè ammetterebbe implicitamente che alcuni progetti siano il frutto di scelte politiche piuttosto che la risposta alle istanze collettive. Coscienti che a brevissima distanza da Procida vi siano 2 presidi ospedalieri raggiungibili e funzionanti, quelli di Ischia e Pozzuoli, è difficile se non impossibile evitare di ascoltare quanti ritengono che il nosocomio “Scotto” sia un vero e proprio salasso per la sanità. Si, perchè di salasso si tratta, visto che ciascun medico impegnato in trasferta presso l’ospedale di Procida percepisce in compenso la ragguardevole somma di euro 80 l’ora, che moltiplicata per le 5 specializzazioni ammonta a 400 euro/ora, vanamente spesi dal momento che i medici specialisti in questione devono per forza maggiore rivolgersi agli ospedali vicini per le problematiche che non possono affrontare autonomamente presso la struttura sanitaria locale. Se si provano a moltiplicare i 400 euro l’ora spettanti ai 5 medici specialisti per le 24 ore giornaliere si ottengono ben 9600 euro al giorno, indefessamente versate per la gestione di un servizio comunque logisticamente deficitario, ellittico e manchevole. In un anno la spesa suddetta cresce oltre i tre milioni e mezzo di euro, ai quali vanno comunque aggiunti oneri e supplementi per servizi vari aggiuntivi connessi, sino ad innalzare la cifra a oltre 4 milioni. A questo punto, si fatica davvero a comprendere il motivo per il quale si tiene in vita a queste condizioni una struttura così onerosa per la collettività e al contempo incompleta da implicare sacrifici tanto consistenti da abbattersi come una mannaia sui contribuenti tutti e sull’intero apparato amministrativo senza neppure considerare fisiologiche opportunità di riordino e accorpamento di medici e strutture nelle quali possa essere sempre contemplata l’erogazione incondizionata dei servizi medici di base ad isolani e turisti. Non si stenta invece a comprendere e accreditare le deduzioni del professor Oscar Giannino quando urla “Stato ladro”, perchè questo Stato si nutre essenzialmente di dissipazioni e sciupii come un vampiro assetato di sangue. Se d’altro canto dovesse capitare di allettarsi per una degenza postoperatoria, questo Stato attraverso le istruzioni di medici e paramedici, non esita a rimandare all’esterno del nosocomio l’acquisto di preparati per lenire le piaghe da decubito come accade all’ospedale San Sebastiano di Caserta, dove spesso la biancheria insanguinata e l’alimentazione dei degenti disabili possono diventare problemi così insormontabili da essere più agevolmente traslati dal personale interno, in parte impegnato ad oziare,
ai familiari degli stessi ammalati. Se poi tutto questo non bastasse, è sempre possibile incorrere nelle “sagge esortazioni” di taluni ginecologi del nosocomio casertano che suggeriscono a pazienti e gestanti di preferire gli studi privati alla struttura pubblica per cure e trattamenti più puntuali e incisivi; poco importa se piange il portafogli dei già poveri pazienti, ci si può sempre indebitare, che sarà mai? (Auspichiamo sinceramente di non doverci ancora rivolgere alle autorità per la tutela dei diritti del malato nella struttura sanitaria pubblica, ma non eviteremo di farci ancora sentire con immagini e testimonianze se fosse necessario) Il coordinamento, il raziocinio e il buon senso basterebbero da soli a contenere il dilatamento dei deficit di bilancia pubblica e alcuni dispendi paradossali nella spesa sanitaria nazionale come quelli descritti, a tutto vantaggio della collettività e della credibilità politica, ma evidentemente la pubblica amministrazione si sostiene unicamente sull’utilizzo improprio e irrazionale delle già limitate risorse disponibili, sugli interessi connessi agli sprechi, forte del formalismo, della burocrazia, del clientelismo e delle oligarchie politiche e finanziarie che si celano dietro la parola “Stato”.
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